Bacchi spa: sospesi altri due cantieri

Altri due cantieri, appaltati dalla Provincia di Reggio, sospesi per cautela. Il Primo è la variante di Fabbrico, per opere di rifinitura subappaltate alla ditta di Boretto. il secondo è la manutenzione delle strade provinciali del comparto nord, appaltate ad un’Associazione temporanea di imprese di cui fa parte anche la Bacchi,ditta reggiana doc di Boretto..

Altri due cantieri, appaltati dalla Provincia di Reggio, sospesi per cautela. Il Primo è la variante di Fabbrico, per opere di rifinitura subappaltate alla ditta di Boretto. il secondo è la manutenzione delle strade provinciali del comparto nord, appaltate ad un’Associazione temporanea di imprese di cui fa parte anche la Bacchi, ditta reggiana doc di Boretto.

Lo stop segue quello alla Tangenziale di Novellara, in cui l’informativa che ha giustificato il provvedimento del Prefetto indica come la Bacchi avrebbe consapevolmente eluso la normativa antimafia per il controllo dei subappalti.

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    La mafia mira al ponte sullo Stretto: “La cosca dì Villabate vuole i subappalti”
    Data di pubblicazione: 23.03.2006

    Autore: Ziniti, Alessandra

    Si danno da fare, Grandi Opere ed altro, da Modena allo Stretto. Da la Repubblica del 23 marzo 2006, edizione siciliana

    DAL centro commerciale di Villabate al ben più lucroso affare del ponte sullo Stretto. Per la realizzazione dell’opera è stato al momento individuato solo il general contractor, Impregilo, ma per i subappalti le cosche si stanno già attrezzando. La “famiglia” mafiosa di Villabate si era messa in moto già l’estate scorsa. A rivelarlo ai sostituti procuratori Maurizio de Lucia, Nino Di Matteo e Michele Prestipino, alla presenza del gip Pasqua Seminara, è stato Vincenzo Alfano, costruttore trapiantato in Emilia Romagna e finito in carcere nell’ultimo blitz con l’accusa di associazione mafiosa perché ritenuto prestanome a tutti gli effetti dei boss di Villabate. Ai magistrati Alfano ha confermato quanto pochi giorni prima aveva detto il pentito Francesco Campanella in un verbale ancora coperto da segreto istruttorio: «Campanella mi chiamò e mi disse di tenermi pronto e di cominciare a muovermi per i subappalti e i lavori di fornitura per la realizzazione del ponte sullo Stretto».

    A entrare nel grande cantiere del ponte avrebbe dovuto essere la Cga costruzioni di Vincenzo Alfano, imprenditore che i magistrati definiscono «a totale disposizione della famiglia di Villabate per appalti pubblici e per il reinvestimento dei capitali illeciti». Come quelli che provenivano dalle sale Bingo e dai centri scommesse gestiti dalla Enterprise. Grande amico di Campanella e di Mario Cusimano, il costruttore è stato incastrato proprio dalle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia. Che lo hanno descritto come uomo di strettissima fiducia di Nino e Nicola Mandala. Era lui, assieme al fratello Benedetto, l’uomo che aveva procurato a Nicola Mandala l’affare della fattoria in Venezuela da acquistare per trascorrere con Ignazio Fontana una latitanza dorata, ed era lui ad aver procurato la carta di identità di un ignaro dipendente della sua ditta che Mandala avrebbe potuto utilizzare per i suoi acquisti.

    Già socio del deputato regionale Giuseppe Acanto nell’azienda di arredi da bagno Eurobarren, Alfano si era poi trasferito nel Modenese, dove la sua impresa aveva reinvestito in villette a schiera i soldi della cosca.

    Nei suoi cantieri lavoravano solo villabatesi, ma aveva trovato posto anche il figlio del grande consigliori di Provenzano, Ciccio Pastoia, braccio economico del boss, suicida in carcere nel gennaio del 2005, subito dopo l’arresto.

    Proprio Pastoia sarebbe stato la testa di ponte dei fedelissimi di Provenzano per arrivare ai grandi appalti, dal ponte sullo Stretto al passante ferroviario di Palermo, circostanza questa emersa la scorsa settimana al processo per l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Geraci. Nella bisaccia dei riscontri alle dichiarazioni del pentito Campanella, i pm hanno aggiunto anche la confessione di Giuseppe Daghino, il manager della Asset development finito agli arresti domiciliari assieme al socio Paolo Marussig. Daghino ha ammesso tutte le sue responsabilità, a cominciare dal pagamento della tangente da 25 mila euro per il centro commerciale di Villabate, ma ha anche smentito Marussig sul ruolo di Marcello Massinelli, consulente economico del presidente della Regione Cuffaro. «È vero quello che dice Campanella — ha ammesso Daghino — Massinelli era l’uomo che doveva portarci i 200 mila euro

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  2. Dietro la maxi operazione antimafia di stamane, richiesta dalla Dda di Palermo, c’è sempre la solita oscura trinità: mafia, politica e affari.
    Le manette sono scattate per diciotto indagati, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno, estorsione e corruzione.
    Diciotto provvedimenti cautelari, firmati dal gip Pasqua Seminara, indirizzati a manager di una società romana, professionisti, imprenditori, politici e commercianti.
    Gli arresti sono stati effettuati nelle province di Palermo, Roma, Catania, Modena e Ravenna.

    L’operazione, coordinata dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Maurizio de Lucia e Antonino Di Matteo, ruota attorno alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate (Palermo), sciolto per sospette infiltrazioni mafiose nel 2001 e nel 2003, e di Mario Cusimano, indicato come un elemento di spicco della famiglia mafiosa di Villabate.

    Un’inchiesta che punta ai retroscena per la realizzazione del piano commerciale di Villabate all’interno del quale era prevista la costruzione di un grande centro commerciale, che avrebbe offerto almeno mille posti di lavoro. Di questo progetto si stava occupando la società di Roma, la Asset srl, i cui vertici, Paolo Perfrancesco Marussig e Giuseppe Daghino, sono stati arrestati stamani per corruzione. Con loro anche due architetti incaricati di realizzare il piano e, infine anche il sindaco di Villabate, Lorenzo Carandino, di 36 anni, tutti accusati di concorso esterno in associazione mafiosa.
    In manette anche l’attuale reggente della famiglia mafiosa di Villabate, Antonino Mandalà, padre di Nicola, arrestato nel gennaio dello scorso anno perchè accusato di avere organizzato il viaggio di Provenzano a Marsiglia, dove il boss è stato sottoposto ad intervento chirurgico.
    I flussi finanziari relativi a diverse tangenti sono stati ricostruiti dai finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria di Palermo che collabora alle indagini.
    Secondo i pentiti Campanella e Cusimano, il boss Antonino Mandalà, detto ”l’avvocato”, aveva grande influenza sulla gestione dell’attività comunale di Villabate, tanto che imponeva al sindaco Lorenzo Carandino, scelte amministrative, in particolare sul nuovo piano commerciale che il consiglio comunale doveva varare per far realizzare il centro commerciale.

    L’inchiesta sulla famiglia mafiosa di Villabate si è estesa anche all’Emilia Romagna. I carabinieri dei reparti operativi di Modena e Ravenna hanno arrestato a Nonantola (Modena), Vincenzo Alfano, di 48 anni, originario di Palermo, e Giampiero Pitarresi, di 30, bloccato a Massa Lombarda (Ravenna). Entrambi sono accusati di associazione mafiosa. Pitarresi è titolare di attività imprenditoriali che sarebbero collegate ai boss di Villabate, in particolare con Antonino Mandalà. È accusato anche di ”avere fatto parte del gruppo che ha fornito ausilio al boss latitante Bernardo Provenzano in occasione delle trasferte che ha svolto in Francia”.
    Vincenzo Alfano è accusato di avere messo a disposizione della famiglia mafiosa di Villabate le proprie società, tra le quali la C.G.A. Costruzioni, ”al fine di acquisire appalti pubblici e di reinvestimento di ingenti somme di denaro di provenienza illecita”.

    E c’è pure l’ex sindaco di Catania Francesco Lo Presti, 63 anni, tra i politici e i manager finiti in manette, accusato di corruzione. Il politico è titolare di una società di intermediazione in cui sarebbero transitate tangenti di cui ha parlato il collaboratore di giustizia Francesco Campanella.
    Lo Presti, esponente del Psdi poi confluito nel Ccd, è stato sindaco di Catania dal marzo al giugno del 1992, alla guida di una giunta Dc-Pri-Pli. In passato è stato indagato ma poi prosciolto, in qualità di assessore della giunta Bianco del 1990, nell’inchiesta sulla gestione dell’Agenzia per lo sviluppo economico e occupazionale. Nel 1996 Lo Presti è stato indagato per corruzione per una presunta tangente da 1,5 miliardi di lire che sarebbe stata chiesta ai titolari di due consorzi edili. In quell’occasione i vertici del Ccd lo espulsero dal partito.

    Perquisizioni sono ancora in corso in diverse zone della Sicilia, a Roma, Bologna e Modena.

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